DALLE ORIGINI ALL’UNITA’ D’ITALIA

Del brigantaggio si inizia a parlare già nell’antica Roma, intorno al 185 a.C.  quando a Taranto  avvenne un’insurrezione sociale composta in maggioranza da pastori, che arrivarono a formare vere e proprie bande. Il pretore Lucio Postumio Tempsano per risolvere la questione, attuò una dura repressione, furono condannati circa 7.000 rivoltosi, alcuni furono giustiziati e altri riuscirono a fuggire. Anche Lucio Cornelio Silla prese provvedimenti contro i briganti (a quel tempo chiamati sicari o latrones) con la promulgazione della Lex Cornelia de sicariis nel 81 a.C., che prevedeva pene capitali come la crocifissione e l’esposizione alle belve. Giulio Cesare affidò nel 35 a.C. al pretore Gaio Calvisio Sabino il compito di combattere con decisione il brigantaggio che infestava durante il suo impero. Nel 26 a.C., Ottaviano Augusto combatté le rivolte brigantesche in Spagna dove agiva Corocotta, mentre Tiberio deportò 4.000 ebrei in Sardegna per combattere i ribelli, nel timore che queste bande potessero tramutarsi in insorgenze istigate da rivali politici.

 Nel medioevo il brigantaggio si sviluppò in particolar modo nell’Italia centro settentrionale. Si formarono bande composte non solo da comuni banditi ma anche da avversari politici o persone agiate che venivano cacciati dalla loro residenza per subire la confisca dei loro patrimoni. Per sopravvivere queste persone furono costrette a darsi alla macchia, aggredendo mercanti e viaggiatori. Sul finire del XIV secolo, si registrarono numerose attività di banditismo nel cassinate, ad opera di briganti come Jacopo Papone da Pignataro e Simeone da San Germano, i quali, con azioni vessatorie e spoliazioni, perseguitarono le popolazioni locali. In Toscana operò Ghino di Tacco, che non esitava anche a depredare uomini clericali, sebbene personalità come Giovanni Boccaccio non lo considerarono crudele con le sue vittime, tanto da essere definito, da una parte della storiografia, un “brigante gentiluomo”.

In età moderna proliferarono gruppi di fuorilegge composti, particolarmente, da soldati mercenari sbandati, contadini ridotti alla fame e pastori che si diedero alla macchia rubando capi di bestiame ai latifondisti. Alle attività di brigantaggio parteciparono anche preti di campagna, simboli del malcontento e di un malessere molto diffusi nel clero rurale, che andarono ad ingrossare le file dei banditi. Nella seconda metà del cinquecento, operò nell’Italia centrale e meridionale il brigante abruzzese Marco Sciarra, che, riuscendo a raccogliere circa un migliaio di uomini, compì scorrerie e assalti, inimicandosi sia gli spagnoli che lo stato della Chiesa. Nello stesso periodo agiva Alfonso Piccolomini, un nobile appartenente ad un’illustre famiglia senese che scelse la strada del brigantaggio per combattere lo stato Pontificio, raccogliendo intorno a sé persone misere e compiendo atti fuorilegge tra Umbria, Marche e Lazio. Altre bande alla fine del Cinquecento operarono in Italia Centrale capeggiate da Battistello da Fermo, Francesco Marocco, Giulio Pezzola e Bartolomeo Vallante. Nello stesso periodo in Calabria agiva Marco Berardi noto col nomignolo di Re Marcone. Nel 1557 con una notificazione del commissario di papa Paolo IV si ordina la distruzione del paese di Montefortino vicino a Roma, i suoi abitanti sono dichiarati fuori legge come “briganti”, e sui resti dell’abitato distrutto viene sparso il sale. Decenni dopo emerse nella scena del brigantaggio Cesare Riccardi (noto come “Abate Cesare”), costretto alla vita clandestina dopo aver ucciso un nobile nel 1669 e, nonostante la sua efferatezza, viene ricordato da alcuni come un eroe delle fasce più povere. Alla fine del secolo XVI la campagna romana, particolarmente nelle province di Frosinone e Anagni era sottoposta a numerose azioni da parte di bandi di briganti, contro le quali nel 1595 papa Clemente VIII inviò alcune compagnie di cavalleria, la stessa azione repressiva venne ordinata dal viceré di Napoli, il conte Olivarez contro i briganti che infestavano il regno di Napoli. Costoro agivano principalmente aggredendo i viandanti e corrieri in agguati nei boschi o nei tratti montuosi delle strade, derubandoli e talvolta togliendo loro la vita, in altri casi catturando persone facoltose per chiederne riscatto, tra queste vennero rapite nel periodo due nobili rimani: Giambattista Conti e Alessandro Mantica, il vescovo di Castellaneta e l’arcivescovo di Taranto, liberati dopo il pagamento di un grosso riscatto. La persistenza del brigantaggio, sempre vigoroso nonostante la repressione a cui era sottoposto, era in parte dovuta all’appoggio che trovava ora in questo ora in quello fra i governi del granduca di Firenze, di Roma e di Napoli poiché ogni qualvolta qualche dissidio, molto frequente, nasceva fra il Papa e il Granduca, o il Papa e il Viceré, alle ostilità diplomatiche si accompagnavano silenziosamente ostilità brigantesche favorite da Napoli o da Firenze ai danni di Roma e viceversa.

Durante i due secoli di dominazione spagnola nel napoletano, i banditi dominavano la campagna, ed i nobili se non volevano subire vessazione da questi erano obbligati a proteggerli, sfruttandoli come scherani quando possibile ed attirandoli a Napoli nei momenti politicamente torbidi, come i sussulti filofrancesi del 1647 e 1672. Nel marzo 1645 aNapoli venne promulgato un indulto generale verso tutti i banditi, su cui pendeva una condanna di morte, a condizione che si arruolassero nella milizia. Nel 1760 le squadre di banditi arrivarono ad ordinare che le tasse fossero pagate ad essi, invece che al fisco e perfino il cardinale Innico Caracciolo venne catturato e liberato dopo il pagamento di 180 doppie come riscatto. La commistione fra nobili locali e banditi rendeva difficile ai viceré combattere il banditismo, risultando anche costosa, per cui spesso la lotta contro i protettori dei banditi veniva tralasciata. Il processo ai banditi spesso era disposto ad modum belli, ovvero in forma sommaria e veloce: al reo veniva sollecitata la confessione dei crimini di cui era accusato (in genere appartenenza banda armata in campagna, omicidi, ricatti…), quindi tortura (sospensione alla fune e tiri di fune) per verificare quando affermato dall’imputato durante la confessione, quindi l’avvocato difensore aveva un’ora a disposizione per la difesa, a cui seguiva il pronunciamento della sentenza che veniva eseguita immediatamente; le teste degli condannati a morte, mozzate dal corpo, erano portate in mostra per vie di Napoli come ammonimento e conferma dell’avvenuta giustizia. Questa esibizione del cadavere avveniva un po’ in tutta Italia fino al XIX secolo: per esempio, il cadavere di Stefano Pelloni, detto il Passatore, ucciso in Romagna nel 1851, fu posto su un carretto e portato di paese in paese a dimostrazione del cessato pericolo.

Nel crotonese  in Calabria nella seconda metà del secolo XVI, divenne famoso Re Marcone, soprannome di un eretico brigante che radunò una banda armata in lotta contro il viceré spagnolo ed il potere ecclesiastico cattolico, autoproclamatosi re su una vasta area della Sila, arrivando a porre una taglia di duemila scudi sopra il Marchese spagnolo che lo combatteva, e dieci per ogni testa di spagnolo ucciso. Ancor prima dell’invasione francese nel Regno di Napoli, nei territori del regno borbonico vi furono episodi di brigantaggio. È il caso di Angelo Duca (noto come Angiolillo) che si distinse con azioni di banditismo tra Campania, Puglia e soprattutto in Basilicata, impiccato nel 1784 a Salerno. Le sue gesta furono ricordate positivamente da Pasquale Fortunato (avo del meridionalista Giustino Fortunato), che compose un poema su di lui, e da Benedetto Croce, che lo definì «di buona pasta, coraggioso, ingegnoso e di una certa elevatezza d’animo». Secondo lo storico inglese Hobsbawm, Angiolillo rappresenta «l’esempio forse più puro di banditismo sociale».

 Nel periodo napoleonico il brigantaggio venne fortemente combattuto. Con la conquista del Regno di Napoli, sorsero numerosi combattenti antigiacobini noti come sanfedisti, che furono appoggiati dai militari napoletani. Tra i rivoltosi si distinsero il cardinale Fabrizio Ruffo e Fra Diavolo, un pluriomicida che accettò di arruolarsi nell’esercito napoletano in cambio di una commutazione della pena. Durante il decennio francese, vennero attuate dure repressioni contro i briganti, soprattutto in Basilicata e Calabria, le regioni in cui si concentrò maggiormente la resistenza. Nel 1806, i generali francesi André Massena e Jean Maximilien Lamarque, saccheggiarono le città lucane di Lagonegro, Viggiano, Maratea e Lauria, ove numerosi rivoltosi vennero fucilati senza processo. Il massacro di Lauria fu probabilmente il più feroce, in cui circa 1.000 persone furono trucidate per ordine di Massena. Nello stesso anno, nel comune calabrese di Soveria scoppiò una rivolta popolare antifrancese, guidata da Carmine Caligiuri. Un gruppo di soveritani, giunti nel comune limitrofo di Scigliano, uccise 10 soldati francesi. Il giorno seguente gli insorti comandati da Caligiuri tesero un’imboscata a 200 milizie transalpine, di cui una trentina furono assassinate. Il generale Verdier preparò la rappresaglia, giustiziando i ribelli e dando alle fiamme Soveria e altri comuni che appoggiarono l’insurrezione. Durante il regno di Gioacchino Murat, è nota l’opera repressiva del brigantaggio calabro-lucano da parte del colonnello francese Charles Antoine Manhès, ricordato da Pietro Colletta per i suoi metodi violenti e crudeli e che venne confermato nel suo incarico anche dopo il ritorno borbonico.

In seguito alla seconda restaurazione borbonica, il re Ferdinando I attuò una campagna repressiva nei confronti delle bande di briganti, attraverso l’opera del generale Richard Church, come nel caso di Papa Ciro, sacerdote e brigante delle Murge. Il sovrano borbonico, in particolare nell’aprile 1816, aveva infatti emanato un decreto per lo sterminio dei briganti che infestavano Calabria, Molise, Basilicata e Capitanata, conferendo speciali poteri ai vertici dell’esercito. Nel 1817 nel Cilento la banda dei Fratelli Capozzoli iniziò le sue scorribande, che proseguirono fino al 1828, quando costoro si unirono ai Filadelfi durante i Moti del Cilento, la dura repressione ad opera di Del Carretto stroncò la rivolta, i Capozzoli furono catturati l’anno seguente, giustiziati a Salerno e loro teste mozzate portate in mostra nei paesi circostanti.

Il fenomeno interessò in generale tutta la durata della permanenza della dinastia borbonica sul trono napoletano:«…La crisi economica del 1825-1826 prostrò il mondo delle campagne diede via alla ripresa della guerriglia rurale e a clamorosi episodi di brigantaggio». In età borbonica, fu attivo un «…ribellismo endemico, spesso sfociato nel brigantaggio di estese zone delle Calabrie e del Principato di Citra». Anche nella Puglia settentrionale, in Capitanata, il brigantaggio era particolarmente attivo (soprattutto nel distretto di Bovino) «…fino ad assumere connotati di massa. Ad esso si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell’assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento». Nel 1818 fu inviato in Puglia il generale Guglielmo Pepe per organizzare le milizie provinciali da impiegare contro i briganti di Rocco Chirichigno. Ancora nell’ottobre 1859, pochi mesi prima della fine del Regno delle Due Sicilie, il re Francesco II conferì a Emanuele Caracciolo, comandante in seconda della gendarmeria, destinato nelle tre Calabrie, il potere di arrestare e far processare coloro che si erano macchiati del reato di brigantaggio. Il fenomeno del brigantaggio calabrese di questo periodo ispirò nel 1850 a Vincenzo Padula il dramma Antonello capo brigante calabrese.

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