IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE

Il brigantaggio nel 1800 era presente oltre che in Italia, anche in Spagna, Grecia, nei Paesi Balcanici e in alcune località degli Stati Uniti.

Un carattere particolare assunse il brigantaggio nel Mezzogiorno d’Italia che già nel 1799 non fu soltanto un episodio di criminalità ma assunse un grande valore politico. L’esplosione brigantesca nel periodo dal 1860 al 1865, assunse vaste proporzioni e nel 1860 il re Borbone Francesco II, giovandosi di complicità varie italiane e straniere, organizzò una forza reazionaria che in breve tempo interessò tutto il Mezzogiorno.

I primi nuclei di questa forza furono costituiti da bande che, alla fine del 1860, bivaccarono negli Abruzzi, in Terra di lavoro, nelle Puglie e in Basilicata, a cui si aggiunsero renitenti alla leva, disertori, soldati dell’ex esercito borbonico evasi dalle carceri e infine tutti coloro che erano stati graziati nei primi moti insurrezionali.

Molti ritenevano che quel mutamento di leggi, di uomini, di istituti, di ordinamenti, portato dalla rivoluzione del ’60 non potesse durare a lungo. I mutamenti dal 1799 in poi, le cacciate ed i ritorni dei Borboni, le insurrezioni fortunate, le costituzioni date e poi ritirate, le tempeste dalle quali i Borboni erano usciti vittoriosi davano la sicurezza e la speranza che anche questa volta l’Austria sarebbe intervenuta nei fatti d’Italia.

La situazione era acuita dalla pesantezza dei carichi tributati. Il duro fiscalismo riusciva tanto più intollerabile, in quanto il nuovo regime amministrativo del Piemonte riversava una notevole quota di debiti degli antichi stati sardi sul resto d’Italia in un momento in cui l’economia meridionale entrava in una crisi acuta per la profonda evoluzione che la società attraversava e per la vittoriosa concorrenza delle più progredite industrie settentrionali.

Per effetto del nuovo regime doganale era aumentato il prezzo del pane e del sale e questi mali erano attribuiti all’unità d’Italia, alla colpa di essere stati liberati. La propaganda dei comitati borbonici soffiava sul rancore delle plebi, dei piccoli borghesi, elargivano denaro, insinuavano che « i proletari atti a marciare » avrebbero ricevuto 5-6 carlini al giorno e, dopo la restaurazione borbonica, una pensione di 200 ducati; che ai capi del movimento sarebbero toccati elevati gradi militari e dignità cavalleresche. Fu reso noto anche che re Francesco II avrebbe ripartito fra il popolo le terre demaniali usurpate dall’avidità dei « galantuomini ».

Nel Mezzogiorno la questione delle terre era tra le più sentite da quando le terre demaniali erano diventate per buona parte proprietà privata. I contadini, gli artigiani, la piccola borghesia, aspiravano ad avere una quota di queste terre.

Nel 1848 mentre le classi medie festeggiavano la Costituzione, le masse agricole, sorde alle cause della libertà, si erano agitate per la spartizione delle terre. Così nel 1860; mentre « la visione delle camice rosse e l’ideale della nazione italiana infiammavano gli animi liberali », la folla a Matera aveva tumultuato per la divisione delle terre, incendiando l’archivio comunale dov’erano conservati i titoli di possesso, fatto uccisioni ed incendi nel nome di Francesco II. Da Matera le sedizioni si estesero in numerose località della Basilicata e della Puglia.

Quando lo Stato era intervenuto per ristabilire l’ordine in città, la resistenza era continuata nelle campagne. Contadini, pastori, braccianti, affamati di terre avevano affiancato i briganti e con questi avevano compiuto vendetta dei « galantuomini » e delle loro proprietà. I capi del movimento borbonico raggiunsero il bersaglio quando promisero la quotazione delle terre demaniali. Il nuovo Stato Italiano si trovò impreparato a fronteggiare i briganti, i contadini rivoltosi, ed i borbonici. Le forze militari italiane erano accampate sul Po a fronteggiare le minacce austriache. Il debole potere politico per poter governare doveva avere il beneplacito dei poteri municipali, ai quali furono affidati anche compiti di polizia. Questo accrebbe il numero delle armi in possesso delle fazioni partigiane.

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La scintilla della reazione e del brigantaggio si accese in Basilicata che aveva i più compatti e più numerosi nuclei dei ribelli. Questi nel 1861 facevano arruolamenti segreti ed erano provvisti di cavalli.

Il 7 aprile 1861 si sollevò il popolo di Lagopesole, d’intesa con gente sbarcata nella valle di Policastro sul Tirreno; nella selva di Policoro, sull’Jonio, si riunirono comprovinciali di altri paesi che avrebbero dovuto operare un’insurrezione generale. Si sollevarono una decina di comuni per questioni demaniali e per restaurare il tramontato regime borbonico. Si era diffusa la promessa di facili ricchezze, i rivoltosi da Lagopesole e dai casali di Avigliano si recarono a Ripacandida, a Ginestra, a Venosa ed a Lavello dove restaurarono il regime borbonico, aprirono le carceri, distrussero gli archivi, rubarono, ammazzarono e incendiarono le case di molti benestanti.

A Melfi, « alle cui porte erano uscite ad incontrare il capo dei briganti Carmine Donatelli Crocco due carrozze piene di guardie d’onore, di preti ornati di medaglie borboniche, recanti bandiere bianche, frange d’argento e galloni d’oro che le signore avevano ricamato la notte precedente, i ribelli furono accolti con feste e luminarie, tra frenetiche acclamazioni anche di notabili del posto che li credettero soldati del regime borbonico ».

Il “generale” Crocco ringraziò pubblicamente la Vergine su un inginocchiatoio preparato nella pubblica via, come fece a Rapolla ed a Barile, otto giorni dopo l’inizio della reazione, il 15 aprile e dopo molte richieste, giunsero a Potenza 250 soldati ed altrettanti da Eboli i quali furono avviati nel Melfese, mentre i briganti si ritirarono nelle loro sedi di Lagopesole.

Incoraggiati dai moti della Basilicata insorsero le bande di briganti che bivaccavano nella Calabria, nella Campania, negli Abruzzi e in Puglia. Nel giugno del 1861, al nucleo dei grassatori si aggiunsero i renitenti della prima leva ordinata dal Governo Piemontese nell’Italia Meridionale, che per la sola Basilicata ammontarono a 2.000 su circa 2.700 soggetti alla leva.

Alcuni briganti riconobbero nel generale spagnolo Don José Borjes il loro capo il quale sbarcò a Brancaleone di Calabria il 13 settembre 1861 e di bosco in bosco, respingendo le milizie cittadine, raggiunse l’11 ottobre i confini della Basilicata. Il 28 novembre del ’61 avvenne il colpo di scena: Crocco ed i suoi disarmarono i soldati spagnoli, presero i loro fucili e dichiararono di non aver bisogno di nessuno. Borjes fu ucciso dai bersaglieri a Tagliacozzo, mentre si ritirava verso lo Stato Pontificio.

Odii, rancori, covavano dappertutto in Basilicata, in Puglia e in Calabria, fra contadini, pastori e plebe contro notabili borghesi e spesso esplodevano all’avvicinarsi delle bande brigantesche i cui capi a tutti promettevano mari e monti e specialmente il saccheggio. Ciò potrebbe spiegare come pochi avventurieri, anche se spalleggiati da disertori dell’esercito borbonico, potessero produrre quel terribile sconvolgimento che dalla fine del ’60 in poi, in soli tre anni, gettò alla campagna migliaia di briganti, creò decine e decine di bande brigantesche dal Molise al Beneventano, dalla Campania fino alla penisola Salentina.

Erano bande agguerrite che infestavano il paese bloccavano le vie, impaurivano e ricattavano i possidenti, impedivano il traffico e rendevano impossibile la vita nelle campagne e la dimora necessaria per la coltivazione della terra.

Le più famose bande di briganti erano quelle di Basilicata e delle provincie vicine, capitanate da Crocco e da Summa (detto Ninco Nanco).Le truppe Piemontesi non riuscirono, nonostante il sacrificio ed il loro valore ad impedire che il brigantaggio si estendesse a tutto il Mezzogiorno. La nuova Italia non capì la gravità e la complessità di quel fenomeno politico e sociale. La realtà finì con l’imporsi dopo il sacrificio di tanti soldati regolari ed una commissione parlamentare d’inchiesta, di cui fecero parte Bixio, Saffi, Sirtori, Massari e Castagnola ritenne che non fossero sufficienti le leggi ordinarie e propose una legge eccezionale( Legge Pica) che fu presto votata. Questa, dovuta all’on. Pica, venne emanata Il 15 agosto 1863 la composta da 9 articoli, resta in vigore fino al 31 dicembre 1865, è stata definita “famigerata” per il suo rigore mira a distruggere briganti e manutengoli una legge speciale adottata in deroga agli articoli 24 e 71 dello Statuto Albertino, articoli che garantivano, rispettivamente, il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alla legge e la garanzia del giudice naturaleconnessa al divieto di costituire tribunali speciali. Tale legge colpiva non solo i presunti e veri briganti, ma affidava al giudizio dei tribunali militari di guerra anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti di collaborazione coi briganti. Istituì consigli e i tribunali di guerra, «che usassero la maggiore speditezza nell’inquisizione e nell’esecuzione », istituì squadre di cavalleria borghese, trasformate poi in squadre della Guardia Nazionale; demandò all’arbitrio di giunte provinciali e di pubblica sicurezza di deferire alla giurisdizione militare od inviare a domicilio coatto (la moltiplicazione delle taglie e l’istituto delle deportazioni), vagabondi e favoreggiatori. Emanò provvedimenti d’indole sociale morale ed economica, ordinò la chiusura delle masserie ch’erano ricetto di briganti, dispose di concentrare poderose forze di ogni arma.Queste, tra il finire del ’62 e l’inizio del ’63 secondo calcoli autorevoli del Colonnello Cesari ammontarono in tutto l’antico reame a circa 120 mila uomini cioè a quasi la metà dell’intero esercito italiano. In Basilicata la legge Pica ha prodotto 2.400 arresti 525 inviati a domicilio coatto tra quale 140 donne, prosciolti 714

Il brigantaggio fu debellato con sacrificio di migliaia di uomini da ambo le parti. Nell’agosto del 1864 il capo dei briganti Carmine Crocco passò sano e sconosciuto i confini dello Stato Pontificio e delle vecchie bande rimasero pochi e sparsi briganti spauriti e senza capi. Nel 1865 si ridusse a pochi casi di delinquenza che furono debellati con i mezzi ordinari.,

L’On.le Giuseppe Massari presentò al Parlamento un’ampia relazione sulla materia da cui risulta che « la guerra contro il brigantaggio dal 1° maggio 1861 sino a tutto marzo 1863 è costata all’esercito italiano le seguenti perdite: nei primi otto mesi del 1861, 8 ufficiali morti e 89 soldati; in tutto il 1862, 8 ufficiali e 156 soldati; nel primo trimestre del 1863, 5 ufficiali e 41 soldati: in tutto 21 ufficiali e 286 soldati, ossia 307 uccisi. Nei primi mesi del 1861, 3 ufficiali feriti e 45 soldati; nel 1862, 2 ufficiali e 29 soldati; nel primo trimestre del 1863, 7 soldati. Vale a dire 5 ufficiali e 81 soldati: in totalità 86 feriti. In tutto questo spazio di tempo 6 soldati rimasero prigionieri degli assassini, di altri 19 non si ha notizia. Queste sono le nostre perdite: sempre eccessive e lamentevolissime quando si confronti la quantità delle vittime a quella degli uccisori, e si pensi agli strazi crudeli, alle immani torture a cui furono assoggettate. Onoriamo, o signori, di affettuoso compianto la memoria dei prodi infelici. Caddero gloriosamente in campo inglorioso, trucidati da mani selvagge, martiri della civiltà e dell’Italia.

Le perdite patite dai briganti nel medesimo periodo di tempo sono le seguenti: nei primi otto mesi del 1861, 365 fucilati, 1.343 morti in conflitto, 1.571 arrestati; nel 1862, 594 fucilati, 950 morti in conflitto, 1.106 arrestati; nel primo trimestre del 1863, 79 fucilati, 120 morti in conflitto, 91 arrestati: in totalità 1.038 fucilati, 2.413 morti in conflitto ossia 3.451 morti e 2.768 arrestati. Lugubri cifre ancor queste; luttuoso documento della funesta eredità di delitti e di barbarie tramandata a noi da tanti secoli di corruttela e di schiavitù.

Oltre ciò nei primi otto mesi del 1861 si presentarono 267 briganti, 634 nel 1862, 31 nel primo trimestre del 1863; in tutto 932. Il numero totale perciò approssimativo dei briganti per morte, per arresto e per presentazione volontaria posti fuori combattimento ascende a 7.151. Il numero dei presentati è cresciuto in proporzione della cresciuta energia della repressione ».

L’On.le Massari aggiunse: « L’energia nella repressione del brigantaggio deve essere accompagnata da energia non minore nella punizione pronta ed esemplare dei colpevoli. Al pari della ricompensa a chi pugnò contro i briganti, la pena contro questi ed i loro fautori non deve farsi aspettare. La pena più efficace è quella che segue a pochi passi il delitto; la prontezza dell’espiazione è freno salutare al contagio del cattivo esempio ».

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