IL BRIGANTAGGIO DEL POLLINO

Massiciio del Pollino innevato

I briganti, per sottrarsi ad un lavoro agricolo molto duro o avaro o per non fare il servizio militare, si nascosero nei boschi del Pollino e tennero deste le forze dell’ordine per molto tempo, pur essendo analfabeti, senza armi, senza munizioni, senza cibo. Il Brigantaggio che si diffuse nell’area del Pollino, non fu una guerra, non liberarono paesi o città, non usarono strategie militari: con la loro guerriglia essi controllarono solo zone disabitate fra monti e boschi e si servirono dei contadini per avere informazioni e cibo. Molti proprietari e borghesi aiutarono i briganti e patteggiarono per loro anche se non per gli stessi fini e cause: molti di loro sfruttarono il fenomeno che si era venuto a creare solo per vendette personali. Le azioni brigantesche non furono rivolte solo contro lo Stato ma,  furono rivolte anche contro i galantuomini ed i proprietari terrieri che spesso dovettero pagare il riscatto dopo i rapimenti con cui i briganti soddisfecero le loro esigenze più elementari di sopravvivenza o, a volte, si arricchirono. Il motivo principale che li aveva spinti a fare i briganti: essi ‘”erano costretti a guadagnare qualcosa”. Non andavano mai nei paesi, se vi andarono, lo fecero furtivamente e di notte. Non rapirono le persone ricche, che pure c’erano, probabilmente per stare più tranquilli. Le loro azioni furono semplici, dirette contro gente povera per fare un bottino molto misero e insignificante. I briganti non si esposero, cercarono sempre di nascondersi, frequentarono sempre le strade di campagna, non ebbero nessuno scontro frontale con l’esercito regolare. I briganti post-unitari dell’area del Pollino furono meno crudeli verso gli abitanti dei briganti del decennio francese. I briganti Magno, Labanca e Franco non furono mai contro la popolazione che li nascose, li aiutò, dette loro da mangiare e bere, parlavano e discutevano con la gente che li conosceva ed essi si limitavano a portare via cose di poco valore, spesso col consenso dello stesso derubato, soprattutto derrate, per poter vivere. Avevano numerosi manutengoli al loro servizio che li ospitarono e li aiutarono in vari modi. Ebbero un solo scontro di una certa rilevanza, quello di Castelluccio con le Guardie Nazionali, che scortavano i Senisesi al rientro dai bagni di Maratea

(Ne danno una descrizione del fatto A. La Rocca e G. Rizzo, L’assalto di Castelluccio, una inedita pagina di storia del brigantaggio post-unitario, in Informazione oggi, mensile di opinioni e problematiche, n. 7-8-9-, Cosenza 1996, p. 5;   G. Guida,  Lagonegrese nel XIX secolo, Napoli, 1961, p. 136,p. 4.).

L’assalto di Castelluccio

assalto allla carrozza

La mattina del 23 agosto 1863 circa 15 gentiluomini di Senise, tra cui alcune signore, mentre tornavano dai bagni di Maratea con carrozze e lettighe, scortati da circa 20 Guardie Nazionali, in località Auziniello di Castelluccio Superiore, furono aggrediti da circa 40 briganti della banda Pugliese, Lavalle, Franco, sotto il comando di Antonio Franco e derubati di vestiti, alimenti, fucili, soldi e oggetti preziosi. Nello scontro morirono 9 persone: 6 Guardie, il signore di Senise Giovanni Tufarelli e 2 briganti.  Dopo lo scontro i briganti lasciarono libere le gentildonne Donna Luisa e Donna Maria Sole, liberarono 2 gentiluomini dopo poche ore. Ci furono 11 sequestrati; 9 gentiluomini di Senise: Antonio Tufarelli, Egidio Guerrieri, Francesco Persiani, Vincenzo Vitale, Antonio e Raffaele Fanuele, Giuseppe Donnaperna, Giuseppe Barletta, Giuseppe Sole; e 2 carabinieri: Franchi e Cesano. Il Sole e don Antonio Fanuele furono liberati subito dopo perché il primo era gravemente ferito, il secondo perché tra i sequestrati c’era anche il figlio Raffaele. Portarono gli altri sulle montagne del Pollino e li tennero prigionieri fino al pagamento del riscatto che fu di circa 23.000 ducati, che i briganti divisero tra loro. Alla battaglia di Castelluccio presero parte le bande di Egidio Pugliese, Francesco Lavalle e Antonio Franco ed ebbe un posto di primo piano il brigante di Viggianello Giuseppe Magno. Egidio Pugliese, detto Egidione era di San Giorgio Lucano, i suoi compagni, spesso operanti con Antonio Franco, erano i fratelli Melidoro di Valsinni, Giovani Labanca di Terranova di Pollino ed altri. Francesco Lavalle era di Mongrassano, provincia di Cosenza, i suoi compagni erano 17, tutti calabresi e famosi per l’evasione dal carcere di Montalto, mentre il capobrigante era famoso in tutto il Cosentino per i sequestri di persona, gli omicidi, i furti commessi, ma soprattutto per la clamorosa evasione dal Bagno penale dell’ Isola di Santo Stefano. Tra i componenti della banda erano i temutissimi Giovanni Bellusci di Mongrassano e Bruno Pinnola di Cavallerizzo di Cerzeto. Antonio Franco era di Francavilla sul Sinni, i suoi compagni erano lucani, Fiore Ciminelli di Francavilla, Francesco Saverio Cocchiararo di Latronico, Vito lannelli di Castelsaraceno e calabresi come Carlo Di Napoli e Domenico Di Pace di Saracena, Angelo Maria Cucci di Spezzano Albanese. Per molti studiosi il Brigantaggio, finì l’ 8 dicembre 1861 con la morte di Borjes. Il Brigantaggio del Lagonegrese e del Pollino, in particolare, non fu mai politico, esso fu sempre “Brigantaggio comune, ossia manifestazione di criminalità, di sete di rapine, di cieca vendetta, da parte della feccia delle plebi contadine”. I Briganti, analfabeti e poco lungimiranti, dicevano di combattere per la causa di Francesco II di Borbone. Il brigante Franco alla vigilia dell’ assalto di Castelluccio, incontrandosi con gli altri malfattori e col brigante Lavalle, confermò questo e aggiunse che “ad ogni modo bisogna provvedere al necessario per vivere”. ( Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1961, p. 342).

 

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