Storia e leggenda di grotte tesori e … briganti

MCM20027

Nel decennio 1860-1870 nel meridione d’Italia ed in particolar modo in Basilicata e nelle province ad essa confinante, il fenomeno del brigantaggio fu di notevole portata. Le montagne del Pollino sono state frequentate da bande organizzate o da piccoli gruppi di uomini, che per motivazioni diverse vivevano lontano dai centri abitati, conducendo un’esistenza fatta di apparizioni improvvise presso le comunità e di repentine fughe da esse; il loro modus vivendi era caratterizzato da azioni, che l’ignoranza diffusa, la mancanza di comunicazione e in seguito l’inesistenza del confronto del riscontro sulle notizie, mettevano in moto la fantasia di chi abitava a valle tanto da partorire un’epopea ricca di eroismi, di memorabili imprese singole e collettive. Un fenomeno che non poteva non rimanere impresso nelle menti delle popolazioni di allora e anche dei nostri giorni. in ogni paese vi sono dei racconti legati ai briganti, ai loro furti (o meglio alle loro imprese), ai loro tesori e anche alle grotte (luoghi misteriosi, dove era meglio stare lontano) utilizzate per i loro bisogni. Molte di queste cavità, sono rimaste solo nell’immaginario collettivo, molte altre, esistono e sono state realmente utilizzate da essi per i loro scopi: rifugio (anche per i loro sequestrati), e anche luogo dove nasconderci, il loro tesoro. I rifugi di questi fuorilegge erano le numerose grotte che si aprivano in questi territori cavità naturali sparse nei luoghi più reconditi e inaccessibili dei boschi del Pollino e tra dirupi rocciosi della Calabria e della Basilicata: la grotta della Falconara, la grotta dei briganti, la grotta di Antonio Franco, la grotta di Timpa Vitelli, la grotta di Serra di Crispo poste in luoghi molto impervi e custodiscono un inestimabile tesoro frutto di razzie e riscatti. Storie nate da fatti realmente accaduti, tramandati fino ad oggi per via orale. I racconti riferiti all’area dei monti del Pollino risalgono al periodo 1860-1865 e il personaggio che ricorre spesso nelle storie è un brigante di nome Antonio Franco, i suoi uomini Giovanni Labanca, Giuseppe Genovese ( Lo Monaco), il Cosentino.o le sue gesta. Forse qualche bottino è ancora nascosto in qualche grotta, non prelevato in tempo dal suo proprietario a causa di una morte violenta e imprevista: la fucilazione!

La grotta di Antonio Franco

Si racconta che la famosa grotta del brigante Antonio Franco, che scorrazzava dalla piana di Sibari al Pollino e alla piana di Policoro, strapiena di tesori di ogni genere (razziati nelle numerose rapine) si trovi nella Serra di Crispo, in una piccola vallata che non si vede né da piano Iannace né da piano Cardone. Questa è chiamata “vallata di Gallinosi”. Una buca molto profonda ne indicherebbe il luogo preciso! (Breve leggenda, raccontata dal signor Labanca di Terranova di Pollino (PZ)).

Il rapimento di un abitante di San Lorenzo

Antonio Franco di Francavilla sul Sinni (PZ), Giuseppe Genovese “Sceppe a Moneche” (Giuseppe Lomonaco) di Terranova di Pollino (PZ) e uno originario dei pressi della città di Cosenza soprannominato appunto “il Cosentino”, erano tre capi briganti che nel secolo scorso bazzicavano dalla Basilicata alla Calabria. In un non ben precisato’ periodo stettero nei pressi dell’abitato di S. Lorenzo Bellizzi (CS) dove organizzarono e attuarono il rapimento di un facoltoso proprietario di quel centro: Restieri. Essendo il rapito molto ricco, chiesero più volte il riscatto alla famiglia. Le loro richieste di capre, pecore, salame, prosciutti, formaggi ed altro erano così continue e copiose, tanto da costringere i familiari del rapito a mandare ben sette muli carichi di roba. Pur di non farlo ammazzare, i familiari cedettero alle numerose richieste: per far fronte alle quali vendettero anche numerose proprietà, principalmente terreni. Passò mólto tempo e, nonostante tutto, il Restieri non venne ancora liberato.

I briganti non contenti e, per convincere i familiari che “non scherzavano”, mandarono alla moglie il lobo dell’orecchio del suo congiunto, aggiungendo anche una “ambasciata”: oltre a quanto già avuto, volevano anche la parte più grossa del loro capitale che non consisteva né in cibo, né in terreni, né in abitazioni o immobili. Volevano la chioccia con i sette pulcini, tutti di oro massiccio, che avevano trovato nella grotta di Marsilia ubicata all’interno delle gole di Barile.

Ormai allo stremo, e pur di non rimanere vedova, la moglie del sequestrato fece pervenire ai briganti la famosa chioccia d’oro. Il marito fu liberato, ma era ormai povero!

I banditi avevano saputo della chioccia d’oro dal mulattiere che consegnava loro la roba e che non era altri che il “forise” (lavoratore di famiglia). Aveva rivelato questo segreto per vendicarsi, poiché da ragazzo aveva ricevuto dal padrone una violenta scudisciata col capestro del mulo: si trattava di una umiliante punizione per aver commesso uno sbaglio di poco conto; e a causa di quella scudisciata il povero mulattiere aveva perso anche un occhio.

Aveva avuto, così, la buona occasione per confidare ai briganti che il suo padrone possedeva quell’inestimabile e mitico tesoro, quindi voleva vendicarsi di quella pesante offesa del padrone. Ecco perché i briganti gli mozzarono l’orecchio e gli sottrassero non solo soldi e viveri, ma anche la chioccia d’oro.

(Leggenda raccontata da alcuni anziani di San Lorenzo Bellizzi)  Antonio Larocca, LE MONOGRAFIE G.S.S. – 1/1996.

La grotta dei briganti”

 Secondo la credenza popolare “Grotta dei briganti” una sorta di quartier generale, il rifugio dove i briganti si ritrovavano periodicamente per organizzare la loro attività; e si supponeva che poteva essere il deposito, dove veniva custodito e nascosto il bottino delle loro imprese. si racconta che era molto ampia, il cui spazio interno non si immagina dal di fuori, perché l’entrata è solo una fenditura nella roccia, quasi invisibile, mimetizzata dalla vegetazione.

Finito il tempo del brigantaggio, i contadini e i pastori della zona  si andavano convincendosi dell’esistenza di un immenso tesoro, abbandonato dai briganti. Iniziarono così le ricerche di una ricchezza immaginata da molti come vera, ma da nessuno mai toccata con mano. Si rovistò per anni tra gli anfratti, tra i ruderi delle casupole e dei rifugi montani; soprattutto la “grotta dei briganti” fu meta di un autentico pellegrinaggio, che racchiudeva in sé attese ed aspettative per un cambiamento di “status”.

Grotta del brigante
Ci fu un tempo, in cui la grotta fu meta frequentatissima: forse i briganti lì non avevano mai soggiornato, mentre ora tanta gente vi si recava e i segni di tale passaggio confermavano sempre più che qualcosa era avvenuto in quel posto, per cui valeva la pena cercare. Nessuno,di questi è tornato mai a casa con qualcosa d’altro che non fosse delusione e sconforto.

Molti anni dopo anni, un vecchio pastore nel giorno della festa del Patrono, racconta nella piazza del paese la “sua esperienza”relativa a questa grotta. Quando da giovane era andato a frugare quella fenditura nella montagna, stanco si era addormentato. in sogno gli apparve il capo dei briganti, che, mostrandosi molto divertito per la mania che aveva colpito gli abitanti della zona, rivelandogli sghignazzando che il tesoro esisteva, ma che il cammino per arrivare ad esso sarebbe stato rivelato solo in sogno a lui oppure a qualche altro fortunato.

Non restava, che attendere il sogno rivelatore. Il vecchio riferisce che aveva atteso inutilmente per tutta la vita quel sogno. Ora sentendosi vicino alla morte aveva sentito il bisogno di comunicare a qualcuno il suo segreto.

Da quel giorno nessuno più è andato alla ricerca del tesoro dei briganti; da quel giorno tutti i depositari di quel segreto aspettano la notte e il sonno con la speranza che questo, porti le indicazioni, per arrivare al tesoro.

Dal momento della rivelazione del vecchio pastore, ognuno si è recato a dormire con la speranza di essere prescelto dalla fortuna; ognuno ha atteso pazientemente… nel frattempo la “Grotta dei Briganti” è stata coperta d’oblio, è diventata una cosa dimenticata.

Estratto da “Katundi Yne”, Civita (Cs), anno XXIV, n. 84, 1993/2.

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