La figura femminile nel brigantaggio Meridionale

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Generalmente, quando si parla di brigantaggio, ci si riferisce solo al periodo storico post unitario. Invece bisogna andare indietro nel tempo, al periodo francese. Furono i Francesi, infatti, ad introdurre in Italia, agli inizi dell’Ottocento il termine brigant, ossia brigante, che sembrò più adatto di bandito, per indicare quelle figure che sembravano prodotte da un incrocio fra i mercenari delle antiche compagnie di ventura ed i criminali comuni. II periodo francese fu un’epoca nella quale le donne, che quando avevano a che fare con il brigantaggio,  recitavano quasi sempre la parte delle vittime. Nel periodo post unitario (il decennio 1860-70), in cui le brigantesse sono passate alla storia perché, guidate dal solo istinto, hanno cercato di difendere la propria dignità di donna, i propri affetti ed il proprio diritto alla sopravvivenza.

Sono stati scritti molti libri sul brigantaggio, pochi parlano delle donne dei briganti. Donne coraggiose condotte, dalla sorte a vivere l’esperienza del brigantaggio meridionale  Nel 1968, è stato dedicato un intero libro alle brigantesse da Francamaria Trapani, facendole diventare, eroine, nuove amazzoni. Considera il brigantaggio femminile un fenomeno psicologicamente autonomo collaterale e distinto rispetto al brigantaggio maschile, anche se, per ovvi motivi, incorporato ad esso una prima ribellione femminista allo stato soggezione atavico e tradizionale della donna delle province meridionali d’Italia. (F. Trapani, Le brigantesse ,N. Canesi, Roma, 1968. p. 4),

La condizione femminile della donna nella società contadina dell’800

Bisogna rifarsi agli scritti di Pani Rossi per capire quale fosse la condizione di vita della donna  nella società contadina dell’800. Pani Rossiscrive: La famiglia non ha unità, cresce e si discioglie; è in uso il concubinaggio che viene accettato da tutti; manca solo la benedizione del sacerdote. L’uomo può riconoscere anche due famiglie…In questo modo è offesa la dignità di moglie, l’aureola di madre, la coscienza di donna, senza le sia dato sollevarsi da tanta umiltà per elevatezza di mente e di studio che non ebbe: solo ebbe polso per fatiche domestiche od a lottare coli’uomo finché ella si curvi alle percosse. Del marito fu prima: arnese di voluttà, poi madre e mucca dei figli; per breve ora massaia, da ultimo ancella. (E.Pani Rossi, La Basilicata, Ed. W. Casari, Salerno, 1972, pp. 82-84)  Questa era la condizione di vita di molte povere donne che hanno vissuto sulla propria pelle il dramma della persecuzione, della miseria, dello sfruttamento e della prevaricazione non solo da parte dell’oppressore ma anche del proprio congiunto che egli fosse il padre, il fratello, il marito o il figlio…

Brigantesse e donna del brigante

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Il dramma delle “brigantesse”, ingenerato dalla mancanza di equilibrio familiare, dramma di madri senza più figli, di ragazze diventate orfane o vedove: è il dramma delle donne disperate che, obbligate a ribaltare il ruolo stereotipato di rassegnazione e di sudditanza, dimostrano notevoli capacità di adattamento alle scelte di affiancare con coraggio i loro compagni nella partecipazione attiva alla rivolta contadina. E’ comprovata nella seconda metà dell’ottocento la presenza di molte donne nell’organizzazione brigantesca. Non si può pensare che in una banda ben organizzata si potesse fare a meno delle donne; vari sono i motivi che richiedono la presenza costante della donna: motivi logistici, di collegamento, di approvvigionamento ed affettivi. Bisogna distinguere la figura delle brigantesse da quella della donna del brigante. (T. Maiorino, Storia e leggende di briganti e brigantesse, PIEMME, Gasai Monferrato (Al), 1997, p. 14.) Sono numerosi gli esempi  di ” donne del brigante”, più rari  quelli di “brigantesse”. Gli uni e gli altri concorrono a definire il ruolo della donna nelle classi rurali della seconda metà dell’ottocento meridionale italiano e contribuiscono all’affermazione del posto che la donna occupa nella odierna società italiana. La donna del brigante è colei che è stata costretta o ha voluto seguire il proprio uomo (marito, amante, molto raramente figlio) che si è dato alla macchia. Rimasta sola le viene meno  ogni forma di sostentamento, dall’’opinione pubblica viene additata con disprezzo e diventa spesso oggetto di attenzioni particolari dei padroni

( “galantuomini”). Ha solo due possibilità: il mendicio ed il meretricio. A tutto questo ha preferito seguire la scelta di vita del suo uomo. E’ anche colei che viene rapita e sedotta dal bandito, ridotta in schiavitù e costretta a seguirlo nelle scorribande; molto spesso s’innamora del suo carceriere. Altre volte, per libera scelta volontariamente segue il suo uomo di cui è innamorata.

E’ manutengola, druda (così viene definita dalla forze dell’ordine in senso dispregiativo), concubina che cerca di sviare le indagini della forza pubblica, riesce a raggiungere i covi con i viveri e le notizie, fa da messaggera tra banda e banda, vive una vita di disagi, per amore e dedizione al proprio uomo, marito, amante, padre, Figlio o fratello che sia. E’ la donna  generalmente  a badare alle comunicazioni. Per le comunicazioni a volte le donne venivano lasciate opportunamente ai crocicchi o messe a lavorare serenamente nei campi per ricevere informazioni dai soldati che, passando, si fermavano a chiedere loro consigli. (T. Maiorino, Storia e leggende di briganti e brigantesse, PIEMME, Gasai Monferrato (Al), 1997)

Il più delle volte la donna del brigante si trasformava in brigantessa. Essa aveva il compito di vivandiera e di infermiera. Con le malattie, dovevano fare i conti anche i fuorilegge che non potendo disporre né di medici né di ospedali. Le donne erano abili nel curare i feriti che venivano ricoverati nell’interno del bosco con abbondante paglia e qualche rara coperta oppure in anfratti, ma gli ammalati più gravi ed i feriti in combattimento, quando non si riusciva a ricoverarli presso abitazioni di manutengoli, venivano spesso soppressi, perché non facessero rivelazioni compromettenti.

Le donne dei briganti trasformate  in brigantesse  sparavano col fucile, erano leste di coltello, nella ferocia non erano certamente inferiori agli uomini. Si ricordano, in quanto ad efferatezza.

Maria Oliviero calabrese, chiamata La brigantessa delle brigantesse, moglie dello spietato capobrigante Pietro Monaco, di istinto crudele, aveva ucciso per gelosia la sorella Concetta in casa sua, In breve divenne lei la dominatrice di tutta la banda. imperversò per 4 anni nelle campagne tra Cosenza e Catanzaro. Nel gennaio del 1864  fu presa per il tradimento di due briganti pentiti che uccisero nel sonno il marito e ferirono lei al braccio. Tradotta nel carcere di Policastro, Venne condannata a morte, poi la pena venne commutata in condanna ai lavori forzati a vita.

Filomena Pennacchio, di Ariano Irpino, grazie al suo fascino perverso, aveva indotto al crimine molti suoi spasimanti, ammaliò uomini come Caruso, Tortora, Ninco Nanco, Crocco e Schiavone, da cui ebbe un figlio, e seppe accattivarsi anche i favori e le simpatie di tutti i briganti che la conobbero. Dopo la cattura, tuttavia, si mostrò pavida tant’è che tradì i suoi compagni.

Altre donne, Maria Giovanna Tito, di Ruvo del Monte furono costrette, per sfuggire ai rigori della legge, a riunirsi ai loro uomini, condividendone il loro triste destino (F. Trapani, Le brigantesse, N. Canesi, Roma, 1968. p.22-23-40)

Accanto a donne che uccidono senza pietà ci sono donne che continuano a mandare messaggi d’amore ricamati su fazzoletti  Alla dura legge della latitanza non sfugge il bisogno di sentirsi  donna, di essere madre.  Qualcuno ha sostenuto che ad indurle alla gravidanza sia stato il calcolo previdente di una maggiore clemenza dei giudici e la prospettiva di un trattamento carcerario più umano in caso di arresto; è più lecito pensare che le gravidanze dimostrino invece la volontà di ricostruzione di una vita normale che ad indurle alla gravidanza sia stato il calcolo previdente di una maggiore clemenza dei giudici e la prospettiva di un trattamento carcerario più umano in caso di arresto; è più lecito pensare che le gravidanze dimostrino invece la volontà di ricostruzione di una vita normale. Per le brigantesse catturate si aprono le vie del carcere, normalmente la pena inflitta si aggirava sui quindici anni, spesso in parte condonati. Condanna solo apparentemente più lieve. Le condizioni di vita nei bagni penali  sono pessime, impossibili i sono le condizioni igienico sanitarie. Il dramma delle donne del brigantaggio si consuma nell’indifferenza, nel disprezzo, e nel silenzio dell’opinione pubblica. Negli atti ufficiali dei Carabinieri e delle Prefetture vengono accomunate sempre ai loro uomini, non viene mai attribuito alle donne il ruolo di soggetto sociale autonomo. Le cronache giornalistiche le descrivono solo come manutengole, amanti, concubine, “ganze”, “drude”, donne di piacere dei briganti e ciò ha impedito per lungo tempo di prendere in seria considerazione il fenomeno.

Sia i briganti che le brigantesse erano devoti e superstiziosi, mettevano abitini rettangolari di saio con l’immagine della Vergine, perché credevano che fermassero le pallottole. Sotto le camicie portavano strani amuleti con l’immagine della Madonna dei Sette Dolori. Nei saccheggi, facevano molta attenzione a non rompere le giare. Avrebbe portato male, perché l’olio era di pertinenza della Madonna e faceva ardere i lumini sempre accesi nelle edicole ai margini delle strade per dare sollievo alle anime del purgatorio.

Di loro ci restano oggi le poche foto ufficiali  che la propaganda di regime ha voluto lasciare per una distorta lettura iconografica del brigantaggio.

Le brigantesse venivano di solito fotografate dopo la cattura ritratte con armi in pugno, in abiti maschili e qualche volta dopo la morte in una postura innaturale. Nel decennio 1860/70 la fotografia era abbastanza diffusa ed i giornali illustrati avevano frequenti occasioni di presentare ai lettori ritratti di fuorilegge vivi o morti. I fotografi dei briganti, che accompagnarono l’esercito piemontese durante tutta la campagna del Sud, vennero utilizzati per fini propagandistici affinché descrivessero il fenomeno brigantesco non per quello che realmente era ma per ciò che il governo piemontese voleva che apparisse. Questi venivano chiamati dalla forza pubblica dopo una cattura od un’uccisione. Lo scopo documentare i risultati ottenuti dai tutori dell’ordine e di dare un monito a quanti restavano alla macchia. I morti venivano raddrizzati, appoggiati alla meglio ad un sostegno di fortuna e messi in posa con tutto il loro armamentario di bisacce e cartucciere, nonché con la doppietta immancabilmente appoggiata alle ginocchia. (T. Maiorino, Storia e leggende di briganti e brigantesse, PIEMME, Gasai Monferrato (Al), 1997 p. 125-126).  Michelina De Cesaredel Casertano, alcuni l’hanno ritratta negli abiti tradizionali, altri fotografata dopo la morte esposta nuda per tre giorni per ludibrio ed a futura memoria. Nacque addirittura una moda delle fotografie dei briganti. Sulle immagini fu costruita perfino una fiorente industria del souvenir che vantava anche una clientela di stranieri.

Un brigante fotografatissimo fu Ninco-Nanco che aveva al suo fianco una giovanissima compagna, Maria Lucia Di Nella, appena diciottenne, la quale fu processata regolarmente nonostante la sua giovane età e fu mandata a scontare dieci anni di carcere. Anche Carlo Levi scrive di Maria, avvolgendola nella leggenda. Questa Maria ‘a Pastora, di Pisticci, dice lo scavatore di fosse rivolgendosi allo scrittore, era una donna bellissima, una contadina e viveva con il suo amante, in giro per i boschi e le montagne depredando e combattendo, vestita da uomo, sempre a cavallo. La banda di Ninco-Nanco era la più crudele e la più ardita della regione: Maria ‘a Pastora partecipava a tutte le azioni, agli assalti alle cascine, alle imboscate, alle taglie, alle vendette. Quando Ninco-Nanco strappava con le sue mani il cuore dal petto dei bersaglieri che aveva catturato, Maria ‘a Pastora gli porgeva il coltello. Il vecchio affossatore la ricordava benissimo e un ‘ombra di compiacenza passava nella sua strana voce quando mi diceva, riferisce Levi, come essa era bella, grande, bianca e rosata come un fiore, con le grandi trecce nere lunghe fino ai piedi, ritta in arcione al suo cavallo. Ninco Nanco era stato ammazzato, ma il vecchio non sapeva dire come fosse finita Maria ‘a Pastora, questa dea della guerra contadina. Non era morta e non l’avevano presa, ma era stata vista a Pisticci, tutta vestita di nero, poi era scomparsa col suo cavallo, nel bosco, e non s’era mai più saputo nulla di lei (Levi C.,Cristo si è fermato ad Eboli, Ed. Mondadori, 1964. P. 67)

Altre brigantesse, la maggior parte, vennero rapite o almeno dichiararono di esserlo state per ottenere l’assoluzione o la diminuzione della pena.

Vi erano alcune brigantesse diverse dalle altre, come Serafina Ciminelli, figliadi piccoli proprietari terrieri di Francavilla sul Sinni, devoti al Borbone, si votò insieme a tutti i suoi familiari, alla causa legittimista seguendo il suo compagno Antonio Franco, l’unico che fino alla morte si proclamò fedele a Francesco II. Quella di Serafina è una figura nuova ed in fondo diversa dalle altre perché ci mostra l’immagine patetica di una ragazza che per seguire i suoi ideali ed i propri sentimenti per altro ricambiati in modo totale, consuma la sua vita. morì, appena ventenne, sola ed abbandonata da tutti nel carcere di Potenza, confortata unicamente dal ricordo del suo uomo, per una banale infiammazione degenerata progressivamente in setticemia. Questa morte lascia riflettere sulla situazione igienico – sanitaria del tempo e sulle proibitive condizioni di vita delle brigantesse costrette ad indossare sulla nuda pelle abiti maschili, consunti dalla sporcizia, magari tolti ai cadaveri. E’ evidente che l’uso di panni ruvidi e sporchi, provocasse delle ulcerazioni che a lungo andare diventavano vere e proprie piaghe, (M. Restivo, Ritratti di brigantesse,P. Lacaita Editore, 1997.pp. 111-120)

Spesso le brigantesse facevano anche le guardiane di alcuni sequestrati, di cui veniva chiesto il riscatto. Nella sola Basilicata le brigantesse furono 35, di cui 3 non lucane.

Le nostre brigantesse hanno rinunciato alla vita comoda ed hanno saputo sognare, vivendo accanto ai loro uomini la loro storia d’amore; hanno sfidato i tempi. L’amore si segnala come passione primitiva, che travolge il rito naturale degli eventi. Il senso del possesso domina vicende, condotte allo spasimo detta vita, in una violenta successione di nascite e di morti. Nelle brigantesse si coglie senza enfatizzare la loro vita, il tributo del coraggio ed il pedaggio della sofferenza, A distanza di un secolo e mezzo il giudizio può essere di comprensione e di rispetto, anche se non certo di approvazione delle imprese che ponevano queste donne fuori della società e della legge. (T. Maiorino, Storia e leggende di briganti e brigantesse, PIEMME, Gasai Monferrato (Al), 1997)

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