PARCO NAZIONALE DEL POLLINO

II Parco Nazionale del Pollino, istituito nel novembre 1993, con la sua estensione di circa 193 mila ettari, interessa 56 comuni, 32 in Calabria e 24 in Basilicata e una popolazione residente di circa 170 mila abitanti è la più vasta e intatta area protetta d’Italia, un Parco nel cuore del Mediterraneo. Situato nel gruppo montuoso Calabro-Lucano tra il Tirreno e lo Ionio è formato da una catena di cime con andamento trasversale in direzione ovest-est,  separanti l’Appennino dalle montagne Silane della Calabria. Ospitando una diversità di ambienti naturali da renderlo unico per bellezza e varietà di paesaggi. Formato da tre principali massicci: quello del Pollino, situato al centro del Parco; a sud-ovest, il complesso dei monti dell’Orsomarso e, nel settore settentrionale, si erge isolato il Monte Alpi.

Il gruppo del Pollino segna con il suo crinale, il confine tra le due regioni. Esso costituisce il gruppo montuoso  più elevato dell’Appennino meridionale, con le cime più alte e più rappresentative del Parco, Serra di Crispo (2.053 m), Serra delle Ciavole (2.127 m), Serra del Prete (2.180 m), Monte Pollino (2.248 m) e, la cima più alta, Serra Dolcedorme (2.266 m). A nord, il versante lucano del massiccio  si affaccia sulla valle del fiume Sinni,  appare con pendici più dolci e arrotondati ricoperti da boschi, sul versante calabrese a sud, sulla Piana di Castrovillari, si presenta aspro e selvaggio con pareti ripide e spoglie protesi verso il cielo sulle quali vegetano gli esemplari più spettacolari di pino loricato. Conserva tracce delle ultime glaciazioni testimoniate dai depositi morenici e dai massi erratici nel Piano di Acquafredda e nei Piani di Pollino.

I Monti dell’Orsomarso costituiscono  l’ossatura orografica della zona meridionale del parco, collegati, in un continuum geografico, con il massiccio del Pollino, attraverso l’altopiano di Campotenese (1000 m) e le cime di Cozzo Pellegrino, monte Palanuda, la Montea la Mula.

A settentrione, si erge il Monte Alpi (1.900 m) in posizione marginale del Parco, si tratta di un interessante fenomeno geologico che finora non ha trovato una spiegazione univoca. Gli studiosi,  non sono riusciti ancora a spiegare come questa piattaforma carbonatica appartenente alla placca abruzzese-campana abbia potuto collocarsi nella posizione attuale.

Dalle cime, più alte è possibile abbracciare con uno sguardo, ad oriente, il litorale ionico da Sibari a Metaponto, ad occidente, le coste tirreniche di Maratea, di Praia a Mare, di Belvedere Marittimo e. Il territorio è un vasto e articolato spazio con forti connotati fisici ed antropiche, con rilevanti emergenze ecologiche, storiche, culturali, scientifiche, antropologiche. Vario nelle sue componenti, con suoli, piante, animali, climi, uomini, culture, attività che cambiano di passo in passo, da luogo a luogo, da vallata a vallata, da paese a paese, da stagione a stagione, in un continuo, sorprendente alternarsi di viste, di spettacoli, di colori. Un susseguirsi di montagne, di pianori, paesaggi rocciosi, di timpe, di costoni rocciosi, forre e canyon di straordinaria suggestione. Coperti di manti nevosi, di praterie di alta quota, di boschi, di faggete, di associazioni faggio-abetine e di colonie di pini loricati abbarbicati ai pendii più impervi. Punteggiato di santuari e chiesette rustiche testimonianza di una religiosità profonda. Edifici storici e palazzi baronali, i luoghi del potere. Paesi abitati da contadini, pastori, artigiani e da minoranze etniche con case addossate le une alle altre, che sembrano immutati nel tempo. Il Parco è un grande libro sulle cui pagine è scritta una storia di eccezionale fascino. Una storia che parla lingue diverse. I dialetti italici dei primi popoli dell’interno, il greco classico delle colonie della costa, l’albanese delle genti fuggite dai Balcani nel cinquecento e per finire i dialetti arrivati dall’Italia settentrionale parlati dai soldati e bersaglieri nei decenni successivi all’Unità. I boschi e i paesi sono stati teatro del primo e secondo brigantaggio. Non c’è paese, luogo, sentiero che non ricordi i briganti: Colle Impiso, Piano Iannace, la Falconara, Serra di Crispo, Pietra Castello, la Catusa nel territorio di Terranova di Pollino, Caramola e le Bruscate in quello di Francavilla sul Sinni, gli anfratti rocciosi e i boschi di Saracena, rivedono le orme della Banda di Antonio Franco.

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Il Pollino è un inesauribile patrimonio di storia naturale ed umana, custodisce segreti antichi, al riparo dalle trasformazioni. Il Parco offre la possibilità di godere di spazi incontaminati, montagne, boschi, sorgenti, campagne, paesaggi naturali e antropici, intrecci tra realtà fisiche e lavoro millenario dell’uomo, silenzi, suoni, colori, sapori, i ritmi del tempo, l’infinito. È un universo di valori, di emergenze, di risorse naturali e culturali, di panorami, di endemismi botanici e vegetali. Conoscere e godersi il Pollino, le sue montagne e il suo mondo, complesso e arcano, coperto di incantesimi e di poesia, pieno di fascino per il suo ambiente e la sua cultura, per la grande varietà di interessi e di attrattive, è un’avventura entusiasmante che il Parco offre a bambini, giovani, adulti, anziani in vacanza, in gita, in escursione, suggerendo tante buone ragioni per venirci ancora, per darsi nuovi appuntamenti e tornare, per restare, per riscoprire, per distendersi e riposare, per vivere sensazioni e memorie, suggestioni e ricordi. Essere sul Pollino, tra la gente del posto, visitarlo con l’attenzione e il rispetto che merita, starci più giorni significa poter percorrere itinerari escursionistici e didattici unici al mondo, vivere esperienze emozionanti irripetibili, ammirare uno scrigno di preziosi valori scientifici, culturali, estetici, educativi Sono bellezze naturali, ambientali, paesaggistiche; sono testimonianze storiche, artistiche, architettoniche, monumentali, socio-culturali, antropologiche, etniche; è un ecosistema uomo-natura delicatissimo ed eccezionale. Uno scenario vario nelle sue componenti, con suoli, piante, animali, climi, uomini, culture, attività che cambiano di passo in passo, da luogo a luogo, da vallata a vallata, da paese a paese, da stagione a stagione, in un continuo, sorprendente alternarsi di viste, di spettacoli, di colori.

 

ESPERIENZE UNICHE DA VIVERE 

Massiccio del Pollino
La zona d’altitudine, delle cinque Serre e dei Piani del Pollino.è il cuore del Parco. Salendo, dai vari centri abitati della Val Sarmento e dell’Alto Jonio Calabrese fino ai 2000 metri, la Grande Porta del Pollino, apre, ad un grande anfiteatro, un paesaggio naturale di grande valore scenico e di rilevante interesse scientifico. Qui dentro si trova racchiusa la storia geologica, geomorfologica e botanica di milioni di anni. Rappresenta un’aula didattica, in cui sono descritti gli eventi succeduti nelle varie ere geologiche, i segni dei vari sconvolgimenti tettonici, i risultati dell’azione  modellatrice operata dalle glaciazioni e le strette relazioni esistenti tra morfologie e specie botaniche. Le dolomie calcaree, massicce o stratificate in grossi banchi, delle cinque Serre, che racchiudono la depressione carsica dei Piani e l’inghiottitoio “Trabucco del Pollino”, le morfologie da glaciazione, i sedimenti morenici di Piano del Pollino, di Piana del Pollino e di Piano Toscano, i circhi e le cavità circoidi sulla Sella tra il Dolcedorme e il Pollino e nella Fossa del Lupo, i Pini Loricati, rifugiati sui costoni rocciosi delle Serre per sfuggire all’assedio dei faggi, un elemento balcanico relitto presente in quest’ultima area dell’Italia meridionale “ a testimonianza di una ben più ampia distribuzione durante le alterne vicende determinate dalle glaciazioni quaternarie” fanno del Cuore del Parco una eccezionale rarità nell’Appennino meridionale.

INVITO ALLA VISITA 

La catena montuosa del Pollino e dell’Orsomarso,con le sue vette Serra Dolcedorme Serra delle Ciavole, Serra di Crispo, Serra del Prete, Monte Pollino, Monte Alpi, Cozzo del Pellegrino, Monte Caramolo, La Mula, La Montea, Monte Palanuda  si staglia imponente e maestosa, rocciosa e innevata alla vista del viaggiatore che percorre le linee ferroviarie e ioniche tirreniche, l’autostrada A1 Salerno-Reggio Calabria, tra gli svincoli di Lauria e Frascineto, le strade litoranee, o le valli del Mercure, del Sinni,del Frido, del Sarmento, del Raganello, del Coscile, dell’Esaro e del Lao. Sono montagne di roccia dolomitica, bastioni calcarei, pareti di origine tettonica, dirupi, gole profonde, grotte carsiche. Tra le Serre e i monti si riparano i Piani del Pollino, pianori con praterie e pascoli di alta quota massi erratici e depositi morenici. Sui loro costoni rocciosi e balconate, vegetano le ultime colonie di Pino Loricato,(fossile vivente proveniente dai Balcani) relitto delle ultime glaciazioni, rarità botanica simbolo del Parco. Il quadro delle emergenze geologiche e morfologiche del Massiccio completato da i complessi calcarei della Falconara e di Timpa San Lorenzo, con la serie di faglie verticali, gli strati di calcari cretacei, le pareti a strapiombo, le cenge, le grotte, le cavità, le nicchie, dove ancora nidifica l’aquila reale. Formazioni isolate,con caratteri litologici e strutturali propri, sono gli affioramenti di basalto di Timpa delle Murge e di Pietrasasso, reperti di lave che i sommovimenti tettonici hanno fatto emergere dai fondi oceanici. A presidiare la natura più nascosta, più selvaggia si estendono vaste faggete, boschi immensi, impenetrabili, popolati di fauna in via di estinzione, il lupo appenninico, il capriolo di Orsomarso, lo scoiattolo nero, il picchio nero, il falco pellegrino, l’avvoltoio degli agnelli, il gufo reale, il nibbio reale, il corvo imperiale, la rosalia alpina. Luoghi ombrosi, ameni, lussureggianti, tappezzati di muschi, di erbe, di funghi, di frutti del sottobosco; luoghi ricchi di sorgenti e di corsi d’acqua limpida e fresca frequentati dalla lontra e dalla salamandra pezzata; luoghi solcati dalle gole della Garavina, del Raganello, del Lao, del Rosa, dai fiumi Frido, Peschiera, Argentino. A valle delle distese di faggi, dalle quali, nelle zone di Cugno Cumone, Cugno Ruggero, Cugno dell’Acero, emergono le cime degli abeti bianchi della relitta associazione botanica abete-faggio, Il paesaggio varia ancora,diventa coltivato, umano. Il territorio si riempie di strade, di recinti, di campi, di presenze umane, di lavori e di vita di comunità più intensa. Si aprono le campagne, case sparse, nuclei rurali, una natura semplice, incontaminata, gradevole, suggestiva, da osservare, da respirare, da gustare; un paesaggio e un ambiente addobbati di piante, di peri selvatici, di agrifogli, di rovi, di vischio, di biancospini, di ginestre, di fiori di campo. Più giù i paesi fanno da guardiani alla montagna.

Nel territorio più antropizzato, vi sono i siti archeologici, gli edifici storici, i beni monumentali, architettonici, artistici, i ruderi di castelli, il Castello di Morano, rocche, fortificazioni, conventi, i Conventi del Sagittario e del Colloreto, monasteri, santuari, i Santuari della Madonna delle Armi e della Madonna del Pettoruto, chiese e cappelle. i rinvenimenti paleotologici dell’“Elephas antiquus” della Valle del Mercure e del “Bos primigenius” della Grotta del Romito. Ancora gli ambienti urbani, i centri storici, le architetture spontanee, le case di pietra, le viuzze, i selciati, gli arredi, i fregi, i decori, i portali ad opera degli scalpellini locali, le ringhiere in ferro battuto, i portoncini in legno, gli spazi di vita sociale, i resti materiali della cultura locale. Le comunità mantengono in vita usi, costumi, tradizioni popolari, lingue e dialetti, caratteri etno-antropologici, riti, feste civili e religiose di antichissima origine. Nel viaggio, lungo gli itinerari che ogni visitatore può scegliersi, le varietà, le originalità e le rarità della natura e dell’uomo si compongono in un unico mondo, il Parco Nazionale del Pollino.

 LCOMUNITÀ ARBERESH

 Nel Parco, ci sono paesi che derivano da antiche colonie di origine albanese: San Costantino Albanese,San Paolo Albanese, Plataci, Civita, Frascineto, San Basile, Lungro e Acquaformosa. Comunità arbëreshë, insediatesi attorno al Massiccio,sono arrivate tra il XV e il XVI sec. per sfuggire, in Albania, al dominio dell’Impero Ottomano. Rimaste isolate, per ragioni economiche, religiose e politiche,per quasi cinque secoli, si sono identificate fortemente nella loro lingua, nella loro etnia, nella loro religione, nella loro cultura, conservando, così,vivi e autentici molti tratti peculiari delle loro originari e radici. Attraverso la cultura materiale, le tradizioni, i costumi, il rito religioso greco-bizantino, la parlata arbëreshë, i canti popolari,i racconti degli anziani si possono apprendere i modi di vita, le loro coinvolgenti vicende, la fuga e l’abbandono della madre patria, le gesta e il coraggio del loro eroe, Scanderbeg, morto nel 1468. Tra le ricorrenze religiose in rito, la più importante è la Pasqua; ma un fascino particolare è esercitato dalle cerimonie civili e religiose del matrimonio,con inni, canti e danze,manifestazioni vissute dall’intera comunità con intensa partecipazione e coinvolgimento.

 Il PAESAGGIO RURALE

 Il paesaggio agrario, modellato quotidianamente e curato da secoli, dalla mano sapiente dell’uomo con attività tradizionali di coltivazione, di semina, di raccolta e di allevamenti, di pascoli, con mestieri ancora in uso, malgrado il progresso tecnologico, e con prodotti dell’antica cultura agro-pastorale. È il paesaggio delle campagne e delle case rurali sparse e aggregate in piccoli nuclei, delle contrade abitate. Le case, a forma unitaria, a uno o due piani, con scala esterna scoperta, tetto a due falde, coperto con tegole a coppi, con una stalla e un magazzino, una cucina, con un camino e un forno, e una camera sono la dimora semplice delle famiglie dei contadini e dei pastori. I luoghi di insediamento sono i campi di grano, le aie per la trebbiatura, le vigne, gli orti, i prati e i pascoli. Uomini e donne lavorano i campi, portano al pascolo le greggi di pecore e di capre; allevano maiali, producono, vino, salsicce, soppressate prosciutti, formaggi; fanno il pane in casa nel forno a legna. La vita agreste è scolpita sui loro volti, scuri, asciutti, induriti,segnati dal sole, dal freddo e dalla fatica dei giorni, dei mesi, degli anni trascorsi all’aperto. Luoghi, unici, rari, preziosi per il loro habitat naturale e umano; luoghi lontani dalla civiltà dei consumi, delle macchine, delle immagini virtuali, dei ritmi di vita frenetici; luoghi, dove i prodotti agricoli e zootecnici sono genuini, conservano sapori e fragranza autentici, dove il tempo è ancora segnato dal sorgere e dal calar del sole, dal mutar del clima e delle stagioni. La campagna, è un quadro globale di vita, preservata nei suoi aspetti umani,sociali, culturali, antropologici ed ecologici. Il complesso sistema di relazioni, che in questa parte di territorio la comunità insediata continua a mantenere con la natura, produce un’immagine di paesaggio agrario, tipico di una economia agricola e pastorale autarchica, con cicli e ritmi sociali e produttivi legati ad una cultura arcaica fondata su modelli di vita di una comunità umana in perfetta armonia con il suo ambiente.

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